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I grandi eventi ai tempi della crisi

Вт., 04/02/2010 - 17:49

In collaborazione con MADE EXPO
A cura di Lucia Tozzi

Qual è l’impatto della crisi mondiale sul modello dello sviluppo urbano attraverso i grandi eventi?
Saskia Sassen Spero che le amministrazioni cittadine colgano l’occasione della crisi per liberarsi di questo modello. Molto di rado una fiera internazionale ha avuto un reale effetto di sviluppo. Le eccezioni più importanti sono state le Olimpiadi di Barcellona – grazie alla brillante leadership del sindaco Pascual Maragall e dei suoi consulenti – e la Fiera di Chicago 100 anni fa, che è servita a ricostruire una città fatta di legno e distrutta da un incendio. Molti altri grandi progetti sono costati alle città più di quanto abbiano loro restituito, e hanno lasciato per lo più terreni desolati. Sono stata recentemente a Tokyo e ho sollevato la questione dei costi in perdita delle Olimpiadi. Ho finito per scrivere un editoriale su Ashai Shinbun, in cui sostenevo l’inutilità di un progetto come le Olimpiadi a Tokyo. Tra le città in competizione, Rio è quella che può sfruttarle meglio, se… SE! la usa per sviluppare la città sul modello di Barcellona: riqualificando i quartieri meno abbienti, incorporando gli stadi nella città – anche nei quartieri poveri –, bonificando i terreni dai materiali tossici, etc. Queste sono le ragioni del successo di Barcellona, e non l’avere utilizzato carissimi progetti internazionali di architettura.
Maurizio Carta Nell’attuale situazione di crisi, con il PIL mondiale in calo, le città più dinamiche del futuro prossimo non saranno più solo quelle capaci di attrarre eventi e generare progetti urbani alimentati dal mercato immobiliare, ma saranno quelle detentrici di importanti risorse culturali e identitarie e capaci di metterle a base della creazione di nuova cultura e di nuovo valore urbano. La rigenerazione delle città non è più facile occasione per investimenti a lungo termine o per impegnare le plusvalenze finanziarie delle multinazionali o dei fondi sovrani, ma dovrà offrire preziose occasioni di reale sviluppo – sempre più qualitativo – capace di produrre effetti sia nel dominio dei beni collettivi sia nel dominio dei capitali privati. Solo su chi affronteranno creativamente il global change finanziario si misurerà lo sviluppo e il benessere delle comunità.
Brian Zhang Li Penso che la crisi finanziaria abbia ulteriormente potenziato il dogma dello “sviluppo urbano attraverso i grandi eventi”. Quando calano sia i consumi sia le esportazioni, non restano che gli investimenti per fare crescere il PIL. E quando servono investimenti veloci, quale scusa migliore dei grandi eventi? Ha ancora senso puntare sulla competizione globale tra città?
Saskia Sassen No, e non l’ha mai avuto neanche in passato. Secondo me ci sono molti equivoci sul tema della competizione. Sostengo da anni che nell’epoca della globalizzazione quello che conta sono le differenze specifiche delle città. Basta pensare ai maggiori centri finanziari europei: Londra, Francoforte, Parigi, Amsterdam, Milano sono importanti non perché sono uguali, ma perché si sono specializzati in campi diversi. Stessa cosa in Cina, con i suoi tre centri finanziari: Hong Kong, Shanghai e Shenzhen non competono tra loro perché sono diversi. Idem negli USA, tra New York e Chicago. Anche in campo culturale – cultura alta o turismo culturale etc. – a contare non sono gli elementi uguali, ma quelli diversi.
Mphethi Morojele Dal punto di vista ecologico non ha senso continuare con la competizione globale: stiamo passando dall’età della globalizzazione a quella della “planetizzazione”, che implica il riconoscimento della finitezza delle risorse e richiede cooperazione piuttosto che competizione per la loro gestione.
Brian Zhang Li Non credo che la competizione tra le città possa avere più alcun senso. I grandi eventi stanno assumendo sempre più l’aspetto di nuove incarnazioni dell’imperialismo mediatico: acritici spettacoli media-friendly pieni di forme spavalde ma timidi sulla più piccola idea. Preoccupasi troppo di come la tua città è vista da altre persone – attraverso la televisione – non mi pare una gran cosa.
Maurizio Carta La città è sempre stata un attore competitivo nel territorio, sia rispetto all’insediamento rurale da cui si distingueva, sia rispetto alle altre città. Oggi, un impegno indifferibile per governanti e gestori, pianificatori e progettisti, promotori e comunicatori, imprenditori e investitori sarà quello di vincere la competizione creando città che siano luoghi desiderabili dove vivere, lavorare, formarsi e conoscere, luoghi produttivi e attrattivi. Le ambizioni delle donne e degli uomini, i desideri delle giovani generazioni e le loro tensioni, le motivazioni della classe produttiva, l’immaginazione della classe creativa e le attività legate alla conoscenza sono nuovi fattori strutturali nella costruzione dello sviluppo. La città non è più solo il substrato dell’insediamento, ma alimenta il formarsi di luoghi della creatività, sempre più produttori di qualità urbana.

Sui Mondiali di calcio in Sud Africa
Mphethi Morojele Il Sud Africa ha vinto la gara per l’assegnazione dei Mondiali prima della crisi, così la preparazione e gli investimenti sulle infrastrutture hanno evitato le burrasche peggiori. La promessa dello sviluppo urbano attraverso i grandi eventi è stata molto enfatizzata in un paese che sta lottando per superare l’eredità spaziale e il social engineering dell’apartheid. Si spera che l’influenza del pubblico realmente internazionale, a cui mancano i riferimenti spaziali dell’apartheid, contribuirà a riconfigurare la città sudafricana.

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Sull’Expo di Shanghai
Brian Zhang Li Non so se la gente a Shanghai è eccitata dall’Expo quanto lo erano i pechinesi dalle Olimpiadi. L’impegno del governo sembra essere lo stesso. Dal punto di vista della continuità del piano, l’Expo di Shanghai sembra più intelligente (ma anche insidiosa, se si vuole) per due motivi: l’amministrazione ha avuto l’opportunità di rinnovare una delle sue aree meno sviluppate lungo il fiume Pongjiang, e alla fine è riuscita a dislocare un enorme cantiere navale militare, un progetto che si trascinava da decenni ma era sempre sembrato inattuabile.
Corinna Morandi Shanghai sta giocando la carta dell’evento su molti fronti: superare Tokyo e Hong Kong, diventare la più importante città globale asiatica e realizzare una modernizzazione infrastrutturale accelerata e senza paragoni. I costi e i rischi sul piano ambientale e sociale sono molto alti. Ma a me sembra che ci siano anche altri effetti di legacy che potrebbero essere interessanti: uno legato alla localizzazione su un’enorme area industriale centrale, con l’allargamento e il riequilibrio del baricentro urbano. L’altro legato alla possibile ridondanza dell’attenzione che si sta facendo strada sui temi dell’ambiente e della qualità della vita urbana in altre città cinesi, con un effetto quasi “didascalico”.
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Sulle Olimpiadi a Londra
Ricky Burdett Non c’è dubbio, le Olimpiadi sono una fortuna per Londra. Certamente ci sono state difficoltà quando è mancata la collaborazione dei privati per la costruzione del Villaggio Olimpico e del Media Center, due strutture fondamentali: ma per fortuna si è potuto rimediare con 1,2 miliardi di sterline provenienti dal budget di emergenza. D’altra parte non solo le Olimpiadi hanno dirottato su Londra capitali prima destinati a Dubai o ad altri posti oramai senza speranza, ma la crisi si è paradossalmente trasformata in un risparmio sui lavori, perché la situazione di stallo internazionale ha determinato un vistoso calo dei prezzi di realizzazione.
Liza Fior La città di Londra ha dichiarato che il sito delle Olimpiadi avrebbe lasciato una legacy per l’area di East London, l’eredità di un nuovo pezzo di città dotato di quartieri e infrastrutture. Questa legacy doveva essere prodotta dai developer e dagli investitori privati con una strategia a basso rischio. Per ragioni politiche era indispensabile evitare rischi, ma per eliminarli si sarebbe dovuto usare un modello che non esisteva, perché la situazione, il sito, la realtà della Lower Lea Valley, che ospiterà le Olimpiadi, costituiscono un caso a sé. In previsione di un “ritorno alla normalità” bisogna trovare per questi siti dei nuovi usi temporanei – dove temporanei può voler dire anche 20 o 30 anni. Che cosa si intende per “ritorno alla normalità”? Il temporaneo non deve essere considerato una seconda scelta: può essere usato come un motivo per sospendere l’incredulità e fare esperienza dell’ignoto, è un’opportunità di scoprire valore nelle cose che esistono già, che sono sul campo. Il temporaneo è uno strumento per applicare a luoghi inerti gli usi fragili del desiderio, del gioco, della cultura, del bucolico, tutti i “fuori menu” che vengono tagliati per primi quando si costruisce un progetto. Questi usi diventano una tutela dei luoghi, una sorta di master planning alla rovescia, fondato su una strategia che parte dal dettaglio.
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Sull’Expo di Milano
Claudia Sorlini Per una buona riuscita dell’Expo è fondamentale valorizzare tutto il territorio, non solo Milano. Il sito della Fiera andrebbe considerato come un centro nevralgico dal quale segnalare ai visitatori dove possono vedere dal vivo le lavorazioni d’eccellenza, le filiere di alta qualità – come ad esempio il vino in Franciacorta o l’area del Parmigiano in Emilia – oppure le aziende biologiche, i percorsi culturali e agro-turistici, e le cascine, interfaccia perfetta tra città e campagna. La ricaduta economica successiva, derivata dal turismo e dagli scambi culturali e commerciali, assicurerebbe il successo dell’evento. Ma il successo più grande deriverebbe dall’aver rilanciato Milano e la Lombardia come un luogo di accoglienza, di integrazione, di collaborazione tra paesi e popoli e di aver messo in primo piano il problema della fame del mondo.
Lucio Stanca L’Expo è importantissimo per lo sviluppo di Milano perché ha la forza della data: se vedremo finalmente realizzati dopo vent’anni la Pedemontana o nuove linee della metropolitana che languono da anni sarà grazie a questa tremenda necessità. L’evento si gioca su un arco di tempo – 6/7 anni – abbastanza lungo da riuscire a sbloccare e realizzare le grandi opere infrastrutturali, ma allo stesso tempo sufficientemente breve da evitare l’imposizione di una griglia troppo rigida sulle future trasformazioni urbane. A differenza di Shanghai noi non possiamo pianificare in maniera così autoritaria, e non vogliamo neppure impostare l’evento su una dimensione muscolare, come hanno fatto in Cina con quei pur bellissimi padiglioni monumentali: la nostra legacy consisterà nelle infrastrutture e in progetti tangibili come la nuova sede RAI, il Centro per lo Sviluppo Sostenibile, la Borsa telematica agroalimentare, la banca dati italiana di tutti i progetti di cooperazione internazionale. È in queste cose che risiede il grande potere di attivazione dell’Expo: non vogliamo la Tour Eiffel… se puntassimo sui grattacieli staremmo guardando al passato, non al futuro.

Ricky Burdett
È direttore del dipartimento LSE Cities della London School of Economics di Londra e Chief Executive della Olympic Park Legacy Company, la società che si occupa della legacy delle Olimpiadi 2012.
Maurizio Carta
Professore di Urbanistica all’Università di Palermo, è assessore al piano strategico, al centro storico e alla riqualificazione della costa di Palermo.
Liza Fior
Architetto, ha fondato con Juliet Bidgood e l’artista Katherine Clarke nel 1996 lo studio muf, tra i più attivi a Londra per pratiche urbanistiche complesse.
Corinna Morandi
Insegna Urbanistica al Politecnico di Milano. Ha pubblicato, tra l’altro, “Milano. La grande trasformazione urbana” (Marsilio 2005).
Mphethi Morojele
È nato a Maseru, Lesotho. Ha fondato mma architects, uno dei primi studi “neri” dopo il 1994, con sedi a Johannesburg, Cape Town e Berlino

Saskia Sassen
È Lynd Professor of Sociology e membro del Committee on Global Thought alla Columbia University. Tra I suoi ultimi libri “Territorio, autorità, diritti” (Bruno Mondadori, 2008) e “Una sociologia della globalizzazione” (Einaudi 2008).
Claudia Sorlini
È preside della Facoltà di Agraria dell’Università di Milano e lavora come consulente scientifico per l’Expo fin dalla fase della candidatura.
Lucio Stanca
Deputato ed ex ministro per l’innovazione, è amministratore delegato della Società di Gestione Expo Milano 2015 S.p.A.
Brian Zhang Li
Professore di Architettura alla Tsinghua University, è a capo dello studio TeamMinus di Pechino e ha progettato una parte del padiglione cinese all’Expo di Shanghai.

Plamen Dejanoff

Вт., 04/02/2010 - 16:45

Quasi tre anni fa ho incontrato Plamen Dejanoff per un intervista, già in quell’occasione mi aveva parlato di un ambizioso progetto che incrociava intelligentemente arte e architettura convolgendo grosse istituzioni museali. La cosa era appena partita e non si trattava certo di un’operazione semplice, oggi scopro con piacere che il progetto procede eccome, e che l’attenta galleria genovese Pinkusmmer sta per inaugurare una mostra che ne racconta gli sviluppi. L’artista, bulgaro di nascita, oggi quasi viennese, torna nel paese natale, per l’esattezza nel villaggio cartolina di Veliko Tarnovo, per reinterpretarne completamente 7 piccole artchitetture: dopo l’intervento di noti architetti le casette che è riuscito a ricomprare negli anni, si trasformeranno in piccoli musei d’arte contemporanea completamente decontestualizzati. Al progettto stannno partecipando anche il Momuk di Vienna e il Mambo di Bologna.
In copertina la struttura in bronzo che rivestirà la prima casa. In attesa di leggerne di più sulle pagine di Abitare Bulgaria, che probabilmente ce ne parlerà presto, faccio seguire un bel testo delle gallestiste di Pinksummer a dire di più di questo artista e della sua nuova mostra.

PLAMEN DEJANOFF “THE BRONZE HOUSE PROJECT” Courtesy: MAK Museum of Applied Arts Vienna & Pinksummer Genova

Fummo ingenue a leggere la virata manifatturiera, avvenuta intorno al 2005, di Plamen Dejanoff, come un ritorno alla tangibilità del lavoro, dopo anni e anni di remix post-produttivo. Dejanoff stava captando piuttosto l’ultima deriva del lusso, annidata nella piega new age dell’aura energetica emanata da ciò che ci circonda: ambiente, oggetti, cibo, pets. D’altra parte il diktat su cui si regge il mondo occidentale (e dato il parziale universalismo della dottrina, per occidentale non s’intende alcun orientamento di tipo cardinale), è che i consumi devono mutare. Da lì a poco l’élite del “piccolo popolo” sarebbe stata pronta a disfarsi con dissimulato imbarazzo della Porsche Cayenne per l’automobilina elettrica; gli M&M candies e le lattine di coca cola sarebbero stati sostituiti nelle dispense dai frollini di kamut integrale e succo di soya e mirtillo rosso biologici;  nelle case gli oggetti di design industriale sarebbero stati rimpiazzati con oggetti ecosolidali, ecocompatibili, legati al luogo e alla tradizione,  resi unici dalle imperfezioni tipiche del “fatto a mano”. Non era più tempo per Dejanoff di apparecchiare  costosi oggetti di design mescolati a opere di artisti da “waiting list” su piattaforme lisce e translucide, si doveva recuperare la scultura e anche, a suo modo, la pittura, addirittura di genere, il ritratto; si doveva ritornare ai materiali della tradizione quali marmo, bronzo, legno, ceramica, vetro e, soprattutto, i prodotti dovevano essere rigorosamente handmade, con tanto di dichiarazione sul certificato di autenticità, non importa poi se la mano non è la sua, perché suo è il brand stampato a lettere cubitali sui manufatti che, del periodo post- production hanno il gene pop tramandato dai suoi eroi dell’ovest Andy Warhol e Jeff Koons e, in modo assai più cattivo, dal suo eroe dell’est Sigmar Polke. Con i “New Works” Plamen Dejanoff si apprestava a entrare nel progetto a lungo termine “Planet of Comparison”.

PLAMEN DEJANOFF “THE BRONZE HOUSE PROJECT” Courtesy: MUMOK Museum of Modern Art Vienna & Pinksummer Genova

Di Plamen Dejanoff si dice che sia un artista marketing oriented, alcuni poi pensano che economizzi l’arte, altri che culturalizzi l’economia, di fatto la sua fascinazione  priva di qualsivoglia distanza critica rispetto al capitalismo speculativo, svuotato dalle “affettività” produttive, ne fa senza dubbio un artista  che ha avuto a che fare con la cortina di ferro. Progetti artistici e vita nel suo lavoro si mescolano così concretamente che non si riesce a capire mai quando finisca la realtà e inizi la rappresentazione, e ammettendo pure che reale e finzionale siano categorie assai relative, non solo oggigiorno, ma in assoluto, noi crediamo (speriamo) di intravedere in queste modalità il cinismo gelido di un hacker che attua nei suoi progetti una sorta di simulazione (Capitalism Iperreal Ism. Forse).

PLAMEN DEJANOFF “THE BRONZE HOUSE PROJECT” Courtesy: MAMBO Museo d´Arte Moderna di Bologna & Pinksummer Genova

Era il 2002  quando appoggiammo un segmento della sua paradossale operazione di marketing identitario basata sull’idea di brand che chiamò coraggiosamente “Collective Wishdream of Upperclass possibilities”. Ci fece acquistare la copertina n. 122 di Flash Art Italia per ripresentarsi, dopo la rottura del duo Heger/Dejanov, con un nuovo nome, una nuova città, una nuova casa/studio, una nuova auto e un logo tutto suo commissionato al più “stiloso” studio di Parigi. Affidarsi a professionisti del marketing aziendale, il cui know how nulla aveva da spartire con l’individuo e i suoi drammi, fu il suo modo di ripartire dopo una crisi potente e a posteriori, ma questa è una lettura troppo incline al romanticismo perché Dejanoff  possa condividerla, una strategia per ibernare i dolori dell’esistenza in un luogo freddo, di non appartenenza.  In seguito a tale progetto artistico dal titolo antipatico i suoi discendenti portano un nome studiato a tavolino con i professionisti di un’agenzia per l’immagine.

Una volta disse: ”I’m interested to think about art by means of pre medium of automobile” (Sono interessato a pensare l’arte passando attraverso il pre medium dell’automobile),  l’automobile è centrale rispetto a Dejanoff la cui poetica è informata da un processo duale di smaterializzazione e sublimazione, assimilabile a quello attuato dalla finanza con i subprime.

PLAMEN DEJANOFF “THE BRONZE HOUSE PROJECT” Courtesy: MAK Museum of Applied Arts Vienna & Pinksummer Genova

Per la seconda personale da pinksummer  scelse per l’invito una fotografia in cui compariva lui stesso, di tre, quattro anni, su una lussuosissima automobilina a pedali in un parco di Sofia.

Al primo incontro con pinksummer si presentò con una macchina sportiva della BMW, frutto di un contratto che firmò insieme a Swetlana Heger nel 1999, in cui cedettero per un intero anno alla casa automobilistica di Monaco di Baviera, lo spazio  nei musei e nelle pubblicazioni delle mostre a cui  erano stati invitati;  BMW  utilizzò l’accordo per trovare nuovi potenziali vettori di marketing nell’ambiente culturale.

Nel 2002, da pinksummer, accanto a una pila di n. 122 di Flash Art Italia con il  logo e l’edificio di Ernst&Gruntuch in Hachesher Markt a Berlino in copertina, Dejanoff presentò “Alle Autos”, una serie di modellini in cristallo di differenti tipi di automobile che l’agenzia per l’immagine a cui si era affidato per cambiare pelle, gli aveva consigliato per capire quale di esse avrebbe meglio calzato la nuova identità che stavano costruendogli. Gli oggetti non sono più da considerare una estensione dell’individuo, bensì rappresentano una parte essenziale rispetto a un concetto di identità assemblabile e smontabile a incastro come una costruzione di lego.

PLAMEN DEJANOFF “THE BRONZE HOUSE PROJECT” Courtesy: MAMBO Museo d´Arte Moderna di Bologna & Pinksummer Genova

Nel 2006 Dejanoff presentò alla Kunsthalle di Kiel una performance con il medesimo titolo di un dipinto di Sigmar Polke “Hohere Wesen Befalen (Highter Beings Comand)”: l’opera di Polke presenta su una tela bianca un triangolo nero sull’angolo in alto a destra; “l’ordine dall’alto” di Dejanoff presentava una Porsche Cayenne nera a cui gli estetizzanti meccanici porscher (salopette blu, t-shirt rossa, scarpette Asics gialle), accompagnati da un dj-set, sostituivano parti nuove di serie con ricambi  più ricercati e costosi. Scoprimmo in quell’occasione che un freno in ceramica della Porsche Cayenne costava quanto una Fiat Panda,  ci rimanemmo secche e iniziammo a prestare attenzione a quante di quelle autovetture si incontravano quotidianamente, anche nelle strade della parca Genova. Dejanoff in “Highter Beings Comand”  dimostra in modo assai esplicito la sua falsità acritica e apolitica rispetto alla dottrina capitalista, rifacendosi al “Capitalism Real Ism”  di Polke che, sulla falsariga del “Socialist Realism” rispetto al comunismo sovietico,  focalizzava sull’ipocrisia libertaria delle democrazie costruite attorno al consumo, giungendo alla conclusione logica che per mantenere tali  libertà e tali democrazie, un consumo di tipo dirigistico doveva essere di necessità  impartito come  ordine dall’alto.  Il video realizzato sulla performance  “Hohere Wesen Befalen” fu  presentato  anche  in una serata organizzata dalla Porsche per i suoi clienti VIP. Dejanoff sa giocare al cavallo di Troia.

PLAMEN DEJANOFF “THE BRONZE HOUSE PROJECT” Courtesy: MAMBO Museo d´Arte Moderna di Bologna & Pinksummer Genova

Rispetto al comunicato stampa, abbiamo fatto questo lungo excursus sull’opera di Plamen Dejanoff, mosse in verità dalla necessità  di giustificare la terza personale di un artista assai complesso e raffinato che, invero, non sente mai il bisogno di giustificare nulla, neppure dichiarazioni tipo “But art is a luxury item, so everything we do is luxury. Just having the idea of making something in bronze is a luxury” (Ma l’arte è un articolo di lusso, di conseguenza qualsiasi cosa facciamo è lusso. Soltanto pensare di fare qualcosa in bronzo è un lusso). A proposito di “Capitalism Real Ism” e di articoli di lusso comunque, non è un caso che l’annuncio di bancarotta della Lemhan Brothers abbia coinciso con i gli hammer prices alle stelle e il sold out dell’asta performance di Damien Hirst da Sotheby’s a Londra; le aste successive delle big auction houses sarebbero state un bagno di sangue.

Arrivando alla terza personale di Plamen Dejanoff da pinksummer,  egli presenterà un frammento  o meglio un’impeccabile astrazione, prodotta appositamente per la mostra, del padiglione di bronzo che vedemmo per la prima volta nella sua interezza in occasione della sua personale al Mumok di Vienna. Leggero e traforato come un ricamo e nel contempo stabile e pesante come la grata di un carcere, il padiglione di bronzo è emblematico rispetto al real estate project dal titolo “Planet of Comparison”. Il progetto muove da una contingenza legata alla biografia dell’artista: l’acquisto o l’eredità, alla fine del comunismo, di sette case nella sua città natale Veliko Tarnovo, capitale medievale della Bulgaria e epicentro dei Balcani. Dejanoff ha inteso intervenire sulle architetture vernacolari chiamando architetti dell’Europa occidentale dal nome conosciuto, per farne un museum quartier attraverso la joint venture con istituzioni culturali dell’Europa occidentale. La manodopera e i materiali, su cui non esistono specificazioni, abbiamo ragione di credere che siano invece autoctoni dell’Europa orientale. In poche parole si tratta di un’operazione di colonizzazione bella e buona, la medesima che, celata dalla parola integrazione, hanno agito le companies, sempre in anticipo sui governi, alla caduta del muro. I pianeti galleggiano nell’universo distanti l’uno dall’altro, si possono influenzare, ma solo in termini remotissimi, l’interazione è impraticabile perché c’è il rischio di collisione, di catastrofe. Abbiamo ragione di credere anche, che in “Planet of Comparison”, il  museum quartier di Veliko Tarnovo, realizzato interamente o parzialmente, Plamen Dejanoff  compari due pianeti assai estranei, quelli delle due Europe.

La mostra sarà visitabile fino al 27 Marzo 2010, dal martedì al sabato, dalle 15.00 alle 19.30.

IOricicloTUricicli – FUORI SALONE 2010

Вт., 04/02/2010 - 16:28

In occasione del FUORI SALONE 2010 – dal 13 al 19 aprile 2010 – Misuraca&Sammarro in collaborazione con 13 RICREA promuovono un evento ispirato alla filosofia eco-design: IOricicloTUricicli  mostra>evento per eco creativi. Il progetto intende dare spazio alla ricerca e alla sperimentazione. Un laboratorio sul design contemporaneo, sull’arte, l’artigianato, l’architettura, la ricerca, attraverso una metodologia inedita: il riciclo di scarti industriali. Materie e materiali derivanti dal recupero  sono fonti alle quali attingere per creare nuovi oggetti e disegnare nuovi progetti. I progetti realizzati hanno come obiettivo l’ecosostenibilità. In occasione del FUORI SALONE, evento eccellente nel campo del design l’idea di 13 RICREA è aprire un canale di dialogo con creativi, designer, studenti, scuole, artisti che vogliano partecipare ad un grande gioco CREATIVO: ioRICICLOtuRICICLI. Ai partecipanti sarà fornito un campione di materiale utilizzato da 13 RICREA per le proprie creazioni: scarti industriali di un’azienda che crea feltrini. Questo materiale, che da anni 13 RICREA utilizza nei modi più svariati per la creazioni di arredi, oggetti etc, sarà messo a disposizione dei creativi\partecipanti. Le opere selezionate saranno esposte pubblicamente dal 14 aprile al 19 aprile 2010 inoltre diventeranno patrimonio della GALLERIA PERMANENTE allestita nel sito www.misuracasammarro.it

per maggiori informazioni consultare il sito: www.misuracasammarro.it

JIM HODGES Love, eccetera

Вт., 04/02/2010 - 14:30

Jim Hodges, nato nel 1957 nello stato di Washington, sviluppa, sin dalla fine degli anni Ottanta, un lavoro radicale e originale in cui il disegno è onnipresente. Affronta la fragilità, la temporalità, l’amore e la morte, ispirandosi alla natura e utilizzandone il lessico. Il risultato è di una semplice ed evidente bellezza. Caratterizzata da aspetti molto contrastanti, l’opera di Hodges può rivelarsi minimalista per la sobrietà di alcuni suoi lavori o barocca per la sua esuberanza, per la ricchezza dei materiali e l’uso di colori sontuosi e cangianti. L’artista americano esplora sia materiali modesti come la carta, le pasticche di colori e i fiori di tessuto, che la foglia d’oro. Le sue opere, influenzate dalla natura, dalla letteratura, ma anche dalla spiritualità, uniscono la semplicità dei materiali a un lavoro meticoloso e preciso di collage, cucitura, assemblage e découpage. Che si tratti di fini ragnatele in filo d’argento, o di foto ritagliate, di assemblage di partiture musicali, di fiori appuntati o di specchi rotti che disegnano un’altra immagine della realtà, Jim Hodges esprime con il suo lavoro la sua originale visione di un mondo caratterizzato tanto dalla bellezza e la gioia di vivere, quanto dalla malattia e la morte.

Un catalogo bilingue inglese / francese, diretto dal curatore della mostra Jonas Storsve, è pubblicato dalle edizioni del Centre Pompidou.

In occasione della mostra, sarà inoltre disponibile una brochure in cui sono riprodotti i testi critici tradotti in italiano con un saggio di Angela Vettese.

Fondazione Bevilacqua La Masa | Galleria di Piazza San Marco, Venezia

www.bevilacqualamasa.it

U=Utopia

Вт., 04/02/2010 - 13:10

VEASYBLE

Вт., 04/02/2010 - 12:44

Com’è fatto: carta accoppiata con polietilene e stoffa. Gli oggetti: visiera, gorgiera, borsa, maschera

Il progetto si basa su tre concetti chiave isolamento, intimità, ornamento, e consiste in un set di oggetti indossabili che con un semplice gesto possono essere trasformati in gusci d’isolamento per vivere la propria intimità in qualsiasi ambiente. L’idea nasce da una riflessione sul cambiamento del rapporto con l’ambiente domestico, dovuto agli effetti del crescente nomadismo, e su come questo abbia influenzato la nostra idea d’intimità, configurando nuove esigenze. Da qui la progettazione di quattro oggetti, schermi per quattro diverse parti del corpo; gli occhi, le orecchie, il volto, l’intero busto, che evidenzino, attraverso la loro forma e colore, la nostra ricerca di un’intimità a più livelli, in ogni momento e in ogni luogo.

Un ornamento da poter indossare.
Un gesto per poterlo trasformare.
Un nascondiglio per la propria intimità.
Un richiamo per la propria esteriorità.

Un esterno evidente, prepotente, che nasconde un interno fragile e personale.

Ogni oggetto è strutturato secondo un preciso modulo, uguale per tutti. La variazione si trova nella scala di realizzazione, diversa in base alla nostra richiesta d’intimità.

VEASYBLE è un progetto realizzato da GAIA (Gloria, Arianna, Ilaria, Adele)

Gloria Pizzilli – Arianna Petrakis – Ilaria Pacini – Adele Bacci

http://www.veasyble.com

The Collab Student Design Competition

Вт., 04/02/2010 - 12:33

Josh Owen, Designer e Professore, Philadelphia University, Philadelphia, USA.

Concorso
The Collab Student Design Competition

Philadelphia Museum of Art
Philadelphia, USA, 2009
Il concorso è un’iniziativa annuale organizzata con il Philadelphia Museum of Art. Quest’anno gli studenti dovevano ispirarsi al modo in cui Marcel Wanders esamina la storia, cercando un modo innovativo di usare i materiali e la tecnologia per disegnare oggetti legati all’esperienza umana. Il tema era una luce da tavolo. Il vincitore, Jordan Cammarata, del Philadelphia University Industrial Design Program, ha proposto “Pull”, interpretazione contemporanea della lampada con catenella di accensione inventata da Harvey Hubbell nel 1896. Tirando la catena, che è anche il supporto, la luce si accende. La posizione decentrata della catenella-supporto, ispirata al modello originale, tradisce le aspettative di un osservatore distratto; così “Pull” concilia l’uso creativo dei materiali con lo stile non-convezionale caratteristico di Wanders.

www.philamuseum.org/information

For more information, please contact Collab by phone at (215) 763-8100 or by e-mail at // collab@philamuseum.org.

LONDON OLYMPICS 2012

Вт., 04/02/2010 - 11:20

In collaborazione con MADE EXPO

testo di Lucia Tozzi

Il trionfo della legacy

Se esiste una differenza radicale tra le Olimpiadi di Londra e tutti gli altri grandi eventi sportivi o culturali mai organizzati fino a oggi in qualsiasi altro posto del mondo, è sul piano della legacy. Quello che altrove è stato poco più di un concetto sfumato, un esito incerto, un impegno vago, a Londra ha rappresentato un’ossessione primaria, che ha molte probabilità di rivoluzionare lo stesso uso della parola. Prima, al di fuori dei circuiti tecnici e organizzativi, si parlava in modo generico del “post”, di come riutilizzare strutture che a festa finita risultano obsolete, del vantaggio permanente che l’investimento sui trasporti pubblici aggiunge allo sviluppo effimero offerto dalla manifestazione: ma l’“eredità”, con la sua implicita nuance iettatoria, non veniva granché nominata. Lo sforzo strutturale compiuto nell’ambito di queste Olimpiadi ci costringerà ad accogliere nel linguaggio comune la legacy insieme a tutti i contenuti che il termine porta con sé: lo spostamento dell’attenzione dal breve al lungo periodo, la valutazione di interessi collettivi oltre a quelli strettamente imprenditoriali, soprattutto più visione sulle trasformazioni urbane. Tanto per cominciare, la candidatura londinese era stata interamente concepita in funzione della riqualificazione di un enorme pezzo di città, la Lower Lea Valley, a est dei quartieri cool di Hackney e Victoria Park e a nord di Canary Wharf, il centro direzionale divenuto icona dello sviluppo anni Novanta.

L’Olympic Stadium in costruzione, e, sullo sfondo, i grattacieli di Canary Wharf. Lo stadio è progettato per 80.000 spettatori, una dimensione necessaria per l’evento ma inutile per la città, che già ha uno stadio di queste dimensioni. Per rendere l’operazione sostenibile si è deciso di progettare la struttura in due parti, una permanente da 25.000 posti e una smontabile che sarà rivenduta a Rio de Janeiro o Glasgow.

Quindi la location non era un buco vuoto su cui fare atterrare l’evento e a cui dare in cambio un paio di fermate di metropolitana, ma un’area povera grande una volta e mezzo la superficie di Venezia (2,5 milioni di metri quadrati), su cui fare convogliare, grazie all’aiuto strumentale delle Olimpiadi, una cifra corrispondente a circa 20 miliardi di sterline. A questa svolta originale si somma una importantissima trasformazione procedurale: la progettazione dell’evento e della legacy avviene in contemporanea fin dall’inizio, attraverso un meccanismo di grande sofisticazione. L’obbiettivo è “non lasciare white elephants”, cioè strutture ed edifici che nel periodo post-olimpico finirebbero per rivelarsi inutili e onerosi da gestire. Per una pianificazione sostenibile dal punto di vista sia ecologico sia economico è quindi stato necessario pensare in parallelo alla trasformazione temporanea e a quella permanente, e alla programmazione non banale del passaggio dall’una all’altra fase. L’elaborazione di due diversi masterplan che insistono sullo stesso sito, infatti, ha significato non solo immaginare la sostituzione di una serie di attrezzature sportive – stadi, piste – con case, uffici, commercio e altre funzioni più urbane, ma anche la metamorfosi di un sito completamente chiuso e controllato, adatto a un evento di massa, in un quartiere aperto, integrato, accessibile come deve essere East London. E così il Parco Olimpico, grazie anche al Lea River e all’andamento naturalmente mosso del terreno, è destinato nei piani a diventare Elizabeth Park, uno dei più bei parchi pubblici dell’Inghilterra. Il Villaggio Olimpico sarà riconvertito a residenze per un totale di 3600 appartamenti, una serie di edifici di servizio sarà smontata e servirà come piattaforma per nuovi usi, mentre Stratford – con due stazioni collegate in 7 minuti al centro di Londra e nuovi spazi culturali e commerciali – dovrebbe subire un fortissimo processo di rigenerazione e valorizzazione immobiliare. Uno degli elementi più interessanti di questa strategia elaborata dall’ODA – Olympic Delivery Authority, l’organo governativo preposto alla gestione della pianificazione fisica e infrastrutturale di Londra 2012 – sono gli edifici temporanei: lo stadio di basket, ad esempio, alla chiusura dei giochi sarà completamente smontato e trasferito a Glasgow o Rio de Janeiro, e altre strutture saranno ridimensionate, come lo stadio, progettato per passare da 80.000 a 25.000 posti, o l’Aquatic Centre di Zaha Hadid, da 17.500 a 3500. E se nei primi quattro anni dalla designazione (avvenuta nel luglio 2005) il processo decisionale ha seguito, come spesso in questi casi, una modalità accentratrice e un ritmo emergenziale e di fatto esautorato le autorità locali (i Council, molto sentiti a livello comunitario), dalla fine del 2009 è stata creata l’OPLC (Olympic Park Legacy Company), una struttura dedicata esclusivamente alla legacy che ricomprende al suo interno esponenti dei Five Boroughs dell’area (Hackney, Tower Hamlets, Greenwich, Newham, Waltham Forest). Il suo compito è di progettare sul lungo periodo, da qui al 2020-2030, la trasformazione del recinto chiuso del Parco Olimpico in uno spazio urbano aperto, di qualità, in grado di accogliere una popolazione mista. Si tratta in altre parole di adattare e manipolare il Legacy Masterplan Framework (LMF) di EDAW/Allies & Morrison Architects, che ha dettato la linea soprattutto in materia di cubature, indirizzandolo verso politiche concordate con la popolazione residente. La grande incognita di questa macchina apparentemente perfetta è la garanzia della qualità – delle costruzioni, dello spazio pubblico, del tessuto urbano – che si è andata lentamente e pericolosamente sgretolando a mano a mano che la crisi finanziaria faceva crollare società e banche. In uno dei massimi epicentri della finanza globale è ovvio che questa garanzia riposasse sugli investimenti privati, sull’afflusso impetuoso di capitali in un’operazione che come ogni megaevento sponsorizzato dallo stato assicura il massimo rendimento con il minimo dei rischi. La bolla internazionale, che si è abbattuta sui Giochi in una delle fasi più delicate della tempistica del finanziamento, mette in pericolo non l’evento, ma la bontà della stessa legacy, perché ne mina il presupposto principale: se non dispone di fondi propri, in tempi di scarsità diventa molto difficile per il committente pubblico imporre qualità e democrazia al privato. Il 2012 apre quindi almeno due scenari alternativi, i cui esiti potrebbero rivelarsi molto influenti sull’intero sistema dei grandi eventi: se effettivamente l’incertezza delle borse globali impedisce un glorioso ritorno all’investimento privato nella città, questo meccanismo così ben congegnato della legacy potrebbe fallire, trascinando eventualmente con sé, a seconda del grado di fallimento, la fiducia nei grandi eventi come strumento oramai indispensabile della trasformazione urbana. Nel caso opposto, le Olimpiadi potrebbero davvero rappresentare la salvezza, fungere da stimolo e volano per gli investitori privati di tutto il mondo. E Londra sperimenterebbe il più brusco salto verso est della sua storia.

L’Aquatic Centre di Zaha Hadid conterrà due piscine da 50 metri e una da 25. Durante i giochi ospiterà fino a 17.500 spettatori, dopo saranno ridotti a 3500.

 GIOCHI OLIMPICI LONDRA 2012
27 LUGLIO – 12 AGOSTO
area 2,5 kmq
budget complessivo 9,4 miliardi di sterline (12 miliardi di euro circa)
biglietti previsti 9 milioni
spettatori previsti al giorno 180.000 all’Olympic Park

 

BARCELONA media-tic

Вт., 04/02/2010 - 11:00

testo di / text by Maria Giulia Zunino
foto di / photo by Iwan Baan

Il taxista si ferma perplesso, ma curioso, davanti all’edificio all’angolo tra Carrer Roc Boronat and Carrer Sancho de Ávila, “sono stupito”, dice “non ho mai visto niente di simile… sembra un meccano tutto verde con delle bolle trasparenti messe a caso”.
Il MEDIA-Tic nasce come punto di riferimento tra istituzioni e aziende del mondo della comunicazione tecnologica e media, un incubatore, “una pedina fondamentale nel programma che vuole fare di Barcellona una piattaforma per l’innovazione e l’informazione economica a livello internazionale”, dice il Sindaco in prima fila nella presentazione. “E la sostenibilità deve diventare trasversale a tutti i progetti, anche sociali. Da sempre Barcellona aiuta la città e la città l’architettura”. Ma il MEDIA-Tic è innanzitutto un’architettura digitale – già lo chiamano Digital Pedrera – ma soprattutto una cubo di 32 metri di lato (9 piani per 16.000 mq più il tetto praticabile e i due piani interrati dei parcheggi) che diventa vetrina dell’innovazione e della responsabilità verso l’ambiente.

Digital Pedrera

A cominciare dalla struttura metallica lasciata ben visibile dall’esterno: è appesa anziché tesa, dipinta con vernici aerochimiche che di notte la rendono bioluminosa. Ogni facciata è differente perché entrano in gioco ricerche sulla sostenibilità (e quindi sul solare, su efficienza e risparmio energetici, su…) e sui materiali. Per la pelle si è usato per la prima volta in Spagna l’EFTE (ethylene tetrafluoroethylene), una pellicola di spessore minimo ad alta densità che funziona come filtro ai raggi ultravioletti e che, essendo antiaderente, non si sporca. E la si è usata con figurazioni diverse in funzione della necessità di maggior o minore protezione dagli effetti dell’irraggiamento (con l’innovativo effetto nebbia o di diaframma), arrivando a ridurre del 20% il consumo energetico. Ma l’effetto più sorprendente si ha sulla facciata principale dove si sono realizzati elementi lenticolari di EFTE gonfiati di nitrogeno attraverso meccanismi pneumatici connessi a 300 sensori della luce che ne controllano il movimento.
“Qui il SOFT diventa HARD” dice Enric Ruiz-Geli “e l’architettura diventa performativa, nel senso che è parte attiva nel regolare l’energia solare. Come dice Jeremy Rifkin sta nascendo una nuova architettura verde, sostenibile. Per me questo edificio non vuole essere icona, ma energia e palestra di studio. Ed è comunque un grande lavoro collettivo che ha riunito diverse competenze specifiche internazionali”.

Photo by Iwan Baan

All’interno però, dopo l’ampiezza della hall, i piani (completamente liberi da strutture e quindi flessibili: i blocchi dei servizi e dei collegamenti verticali sono concentrati alle estremità) sono un po’ incubanti per l’altezza decisamente ridotta, ma questa sensazione è compensata dalla totale apertura sul panorama costruito dell’intorno: dalla Torre Agbar al museo, agli edifici dell’università e della Radio National, agli alberghi, ai cantieri delle nuove case popolari. Per non parlare della vista dal tetto verde, praticabile.
Il cantiere comunque prosegue, in continua messa a punto dei meccanismi energetici: giugno sarà il momento della verifica finale. Nel frattempo il Consorcio Zona Franca Barcelona (CZFB) comincerà a entrarci. Ne riparleremo.

scarica (alla fine del post) la presentazione in PDF del progetto con immagini e dettagli tecnici

www.e-cloud9.com
www.ruiz-geli.com

PETTINO E SPETTINO

Ср., 03/02/2010 - 19:48

testo di Maria Antonietta Sbordone

“Nonostante la lunga storia che li accompagna, i pettini sono destinati a scomparire, sostituiti dall’elettronica o da strumenti immateriali.”

Così comincia la presentazione di Andrea Branzi della collezione, intanto non abbiamo ancora visto scomparire i tanti oggetti che spesso ci soffocano, nonostante le promesse della tecnologica avanzata. Il tanto decantato lato immateriale del mondo non ha fatto altro che moltiplicare prodotti e servizi già esistenti.

È interessante il raffronto tra la collezione storica di pettini Antonini che precede la collezione dei dodici protipi di Andrea Branzi, nascosti dietro una lunga tenda nera. Si tratta del racconto della vita delle persone andata in scena fino all’altro ieri. Pezzi unici con i quali amabilmente convivevano, pettinandosi e modificandone le fattezze e i materiali secondo le mode e l’ultima novità. Eppure, nei rinvenimenti archeologici sono proprio gli oggetti di uso comune, i pettini, che ci commuovono, perchè mostrano una umanità antica ma uguale a quella di oggi. E l’impressione che si ha visitando questa mostra, è di passare in rassegna un tempo storico, i pettini Antonini, per arrivare ad un tempo mitico dove i dodici pezzi unici fanno parte di vari ritrovamenti archeologici.

Ritrovamenti che raccontano ognuno del proprio padrone, della propria civiltà, della propria terra e delle proprie passioni; qualcuno sembra sia stato trovato nell’arredo funebre di un signore etrusco, un altro viene dall’isola greca di Santorini e quello che sembra riprendere i colori inafferrabili della ruota della fortuna egizia?

Ci sembrano ancora solo di pettini o piuttosto tanti frammenti di storie da ricomporre con in più una storia importante quella della realizzazione; rinnovate modlità esecutive sperimentano nuove vie per la plastica che sembra onice, oro, avorio, tartaruga…
Ognuno di essi è un piccolo arredo, un progetto alla piccola scala, meccanico arreda per il corpo, ed è l’artefice della sua rappresentazione :

« Il design non ha mai avuto molti rapporti con questa merceologia, che nasce in ambienti molto sofisticati, molto creativi, ma che non appartengono alla cultura del progetto. Anche i pettini che ho disegnato non sono esattamente dei pettini, ma degli oggetti di arredamento del corpo o dell’ambiente; simboli segreti di una persona, dei suoi riti privati, di gesti più simbolici che funzionali. Omaggio alla bellezza spontanea di una donna incerta tra il pettinarsi e spettinarsi » Andrea Branzi

Cos’è il Plart ?

Il Plart è una fondazione creata da Maria Pia Incutti a Napoli « il cui obiettivo culturale primario è la diffusione della storia e della cultura dei materiali polimerici, unitamente ad un loro utilizzo corretto e consapevole », cita la presentazione. Ha un cuore di plastica « antico » il Plart : « un’importante raccolta di plastiche storiche di oltre 1500 pezzi, tra oggetti di design anonimo e d’uso quotidiano e opere di designer e artisti contemporanei, frutto dell’ormai trentennale attività da collezionistia di Maria Pia Incutti alla quale sono state dedicate, a partire dagli anni ‘90, importanti occasioni espositive nazionali ed internazionali ». Gli eventi che si susseguono al Plart, dal gennaio del 2008 anno di inaugurazione, promuovono sempre le materie plastiche in tutte le loro forme ed alchimie. Gioielli di plastica di cui decorarsi, questo è stato uno degli ultimi eventi, i PVC Petits Vaniteux Cadeaux di Sandra Dipinto fantasmagorici, morbidi, si adattano al corpo meglio di qualsiasi metallo prezioso.

La collezione storica risale alla « preistoria » delle pastiche quando si chiamavano Bois Durci un materiale plastico pre-sintentico 1855/80 (impasto di polvere di legno, sangue animale o albume d’uovo), esempio un medaglione col profilo di Giuseppe Garibaldi, passando per la varia tipologia di oggetti per la casa e la persona in nitrato (o acetato) di cellulosa i più difficili da conservare, fino ad arrivare agli oggetti cult della storica casa di design Gufram.

Map 2 – La mappa di carta, zoommabile

Ср., 03/02/2010 - 19:02

La parola “zoommare” oggi è assai declinabile, nata a partire dal funzionamento di una nuova tecnologia oggi ci torna utile per applicazioni varie ed eventuali che vanno molto oltre il processo tecnologico da cui ci è derivata. E’ divertente osservare come l’operazione di zoommare sia stata persino traslata su carta, trasportata concretamente su un supporto che c’entra poco con la sua origine.

Allora, tutti voi che siete abituati a zoommare sulle google map dei vostri schermi, anche portatili, potreste trovare insolito, ma anche piacevolmente inattuale cimentarvi con la nuova Map 2, mappa cartacea, e zoommabile!

Ps. Per ora c’è quella di Londra, ma la mappa su richiesta se ne possono sviluppare altre.

SHANGHAI EXPO 2010

Ср., 03/02/2010 - 16:28

In collaborazione con MADE EXPO
Testo di
Maria Chiara Pastore

La città “armonica” migliora la vita

Expo 2010 Shanghai ha vinto con il tema di candidatura Better City Better Life. La traduzione cinese, City Makes Life Better, assume un significato completamente diverso. Il rovesciamento della prospettiva (La città rende la vita migliore) assume in un paese dal così rapido sviluppo urbano un significato ancora più importante che avvalora il legame tra la città e il tema prescelto. Ora, a pochi mesi dall’inaugurazione, a Shanghai e nel sito, sono in corso i lavori che, giorno e notte, preparano la metropoli all’apertura che avverrà il prossimo primo maggio. Proprio a partire dal significato del tema in lingua cinese, due sono le questioni che l’evento Expo solleva: la prima riguarda le città, specialmente quelle cinesi, e il loro possibile contributo al miglioramento della qualità della vita. La seconda, più specifica, riguarda il rapporto che la città sede dell’evento ha con il tema. Tra i vari principi enunciati dal professor Wu Zhiqiang della Tongji University – responsabile del masterplan per l’area dell’Expo – proprio l’attinenza tra il tema e la città diventa uno dei cardini su cui il masterplan è stato costruito: “Possiamo portare buone idee all’Expo o no? Possiamo, attraverso l’esposizione, trasformare la vecchia idea di sviluppo della città, questo modello di rapida crescita, in un modello di sviluppo sostenibile? Questo è cruciale! Shanghai e la Cina hanno già dimostrato di poter costruire delle città in brevissimo tempo. Attraverso l’Expo possiamo testare le nostre idee, dimostrare che possiamo non solo costruire rapidamente edifici, ma che possiamo fare anche edifici sostenibili, costruire edifici sostenibili belli, creare bellezza sostenibile. Questa è una trasformazione cruciale nel nostro modo di pensare la città”. La scelta del sito, in effetti, ha preso in considerazione il rapporto tra qualità della vita e la città. Al momento della vincita della candidatura per Expo 2010, avvenuta nel 2002, il sito era in gran parte sede di cantieri navali. Il professore Wu, occupatosi fin dall’inizio del sito Expo, pone un particolare accento sulle modalità della scelta: “Nel 1999 ero parte della giuria di un workshop internazionale per studenti a Canton. Proposi all’ente organizzatore di spostare, per il 2000, la summer school a Shanghai, perché Shanghai aveva il grande progetto per Expo. Accettarono, e l’anno successivo il workshop si tenne alla Tongji University. In occasione del workshop invitammo il Planning Bureau di Shanghai, e loro ci proposero di organizzare anche un concorso interno al workshop per scegliere il sito per Expo. Gli studenti erano chiamati a proporre un’area, progettare il masterplan, spiegare il motivo per cui quella sarebbe stata la migliore collocazione. Alcuni studenti scelsero l’area di Chongming (isola a nord est di Shanghai), molti altri gruppi scelsero aree periurbane. Solo un gruppo scelse questo sito. Alla fine del workshop, con molti dei giurati ci dicemmo, “Ci piace quest’area, questa è Better City Better Life! Il sito in questo luogo è adeguato, e sarebbe stato difficile giustificare better city in un’area periurbana, ma questo è nel cuore della città. Questo è stato un passo molto importante, la scelta dell’area”.

Padiglione cinese. Simbolo dell’Expo, il padiglione cinese è collocato a lato dell’ingresso principale. L’edificio, alto 63 metri, è diviso in due parti, una monumentale, progettata da He Jingtang che si ispira alla struttura tradizionale cinese in legno “dougong”, e il “Plinto” con il roof garden, progettato da Brian Zhang Li, dedicato allo spazio pubblico e all’ontologia delle città contemporanee. Al suo interno, oltre al padiglione cinese, ci saranno il padiglione di Hong Kong, Taiwan, Macau e un “joint pavilion” regionale.

Le grandi trasformazioni della città di Shanghai, storicamente, hanno sempre avuto come fulcro il fiume Huangpu. Nel 1292 il primo storico insediamento della città si ritrova lungo il fiume; nel 1842 le concessioni date dalla municipalità di Shanghai alle città straniere hanno come riferimento il waterfront (Bund), uno dei luoghi simbolo della città stessa. Nel 1992, l’insediamento del quartiere finanziario di Pudong nell’area a est del fiume Huangpu apre un nuovo fronte della città e diventa il simbolo del nuovo modello di sviluppo dei quartieri ad alta densità e del nuovo potere finanziario. L’Expo, per la sua posizione strategica, con due siti a nord e sud del fiume, si candida a essere un nuovo importante tassello che segnerà lo sviluppo del centro città. Sul futuro di questa enorme area (5,28 kmq) rimane però il più assoluto riserbo. A oggi, sono aperte le trattative per il mantenimento di alcuni padiglioni nazionali in loco, mentre risultano essere strutture permanenti, oltre all’area di ingresso, il Performance Centre, il padiglione cinese, i padiglioni tematici, l’area delle Urban Best Practices. L’incognita di quali possano essere le destinazioni funzionali di un’area – servita dal punto di vista infrastrutturale affinché possa portare fino a 700.000 visitatori al giorno, con un parco di oltre 14 ha – assume una grande rilevanza in termini di sviluppo della città, dal punto di vista sia della cittadinanza sia degli investimenti immobiliari. Se Expo 2010 è la prima occasione che Shanghai ha, attraverso un evento, di dimostrarsi una Better City, l’altro grande traguardo che l’organizzazione si pone è sicuramente, in continuità con i principi del BIE (Bureau International des Expositions), di “sviluppare l’insegnamento attraverso l’esperienza, lo sviluppo attraverso l’innovazione e la sperimentazione attraverso la cooperazione”. Per il 2010 saranno prima di tutto la città di Shanghai e l’intera Cina a poter approfittare del reciproco scambio di conoscenza e dell’apporto che i padiglioni nazionali e le Urban Best Practices porteranno e metteranno in mostra. Infatti secondo le stime previste e annunciate da Chen Xianjin – Deputy Director General, Bureau of Shanghai World Expo Coordination – il 95% dei 70 milioni di visitatori previsti proviene dalla Cina, il restante 5% sarà straniero. Questo significa che il tema dello sviluppo sostenibile delle città, se veramente efficace, sarà la prima importante legacy lasciata a più di 65.000.000 di cinesi che nei sei mesi verranno a visitare non solo Shanghai, ma i quartieri sostenibili europei, ricostruiti in parte nella best practice area (BedZED, Beddington Zero Energy Developement, Londra 2000 per esempio), o visitare i padiglioni nazionali, che dovrebbero rappresentare dal punto di vista costruttivo, formale e contenutistico l’eccellenza dei paesi partecipanti. Il secondo evidente obiettivo che la città si è posta è la costruzione di una rete infrastrutturale che offre 970 km di linee metropolitane, di cui 492 solo nella central city, e 160 nuove stazioni. “Mai nella storia l’umanità ha pensato di trasportare 70 milioni di persone in 184 giorni. Questa enorme sfida vuole dimostrare le enormi potenzialità di questa città attraverso la sua tecnologia”, dice il prof. Wu. Il 2010 sarà un anno che segnerà, almeno per la Cina, il momento di riflessione sul futuro delle proprie città. Sicuramente Expo 2010 sarà la prima di una nuova serie di Esposizioni Universali che si terranno nel prossimo centenario in Cina. 

EXPO SHANGHAI 2010 | 1 MAGGIO – 31 OTTOBRE
area totale 5,28 kmq (3,93 a Pudong + 1,35 a Puxi)
area recintata 3,22 kmq (2,47 a Pudong + 0,75 a Puxi)
spettatori previsti 70 milioni

the 7 deadly Sins

Ср., 03/02/2010 - 16:04

7 Sins Contest è un concorso internazionale organizzato da Dirty Mouse, nato nel 2007, è un blog che si rivolge prevalentemente al mondo del graphic design, web design, illustrazione, fotografia, interior e product design.

Il concorso si svolge attraverso il sito web e invita gli artisti di tutte le discipline (graffiti, pittura, grafica, fotografia, ecc.) a inviare la propria opera che rappresenti direttamente o indirettamente tutti o uno solo i sette peccati capitali, l’opera può essere realizzata con qualsiasi tecnica.

Le migliori opere saranno parte di una mostra collettiva che sarà presentata in  alcune delle principali capitali di tutto il mondo nel 2010 e nel 2011.

Maggiori informazioni: http://www.dirtymouse.co.uk/sideblog/the-7-sins-international-graphic-contest/

HOW IS THE INTERNET CHANGING THE WAY YOU THINK?

Ср., 03/02/2010 - 13:24

Edge, ogni anno, lancia una domanda alla quale rispondono diversi autori. Quest’anno John Brockman, il fondatore di Edge Foundation, ha chiesto al curatore  Hans Ulrich Obrist e all’artista April Gornik di aiutarlo nella selezione di chi poteva rispondere. Tra gli altri, due membri dello staff di Abitare, dei quali riportiamo le risposte qui sotto. In basso la lista incredibile dei partecipanti.
La domanda di quest’anno era: “Come Internet ha cambiato il tuo modo di pensare?”

www.edge.org

STEFANO BOERI
Architect, teaching at Politecnico of Milan, visiting professor at Harvard GSD, editor in chief of the Abitare monthly/magazine

internet is wind

internet is wind.
a constant — and dominant — wind, that unsettles and swathes us.
in recent years we have become familiar with walking by displacing our weight, our equilibrium in an opposite direction to this wind.
only in this manner are we able to walk straight, without succumbing, without completely folding to its logic of simultaneous and globalized reciprocity.

but it is enough to unplug the connection, turn the corner, find shelter, place oneself “leeward” and internet disappears.
leaving us unbalanced, for a moment, folded in the direction of the wind due to the inertia of the effort of resistance we have made until that moment.
and yet, at that moment, the effort seems a formidable resource.
suddenly we are in front of what is not said; of that which we can’t and will not ever communicate of our own interior, of our personal idiosyncrasies, of our distorted individuality.

thought in the era of internet has this uniqueness:
there, the space-time that we are able to protect from this wind become precious occasions to understand what we cannot say, what we are not willing to deposit in the forum of planetary simultaneity.
so as to understand what we really are

FABRIZIO GALLANTI
Architect and writer; consultant to the editor of the Abitare monthly/magazine

MY BODY, MY MIND

I believe in the concept of the haptic nervous system, where the brain and neuronal cells are distributed along the nerve fibres of the whole body, not just resident in the skull. I therefore believe that body and brain are connected and that learning is also a physical phenomena.

I know how Internet has changed my body, not really how it changed my way of thinking.

My short sight has remained fairly stable: actually reading from a screen is forcing neither the retina nor the muscles of my eyes. Therefore I could avoid recurring to laser therapy so as to correct retinal tension, as it happened to me in the early nineties. In that period I used to study architecture and drawing by hand meant a great stress to my eyes, almost causing holes and retinal detachment.

Due to the position in front of the screen of the computer and to the lack of physical exercise deriving by a too intense use of the Internet (to every advance in connection speed more hours of it) I developed two herniated discs in the cervical region (detected in 2005) and two herniated discs in the lumbar region (detected in 2008). The first two provoke numbness and a certain diminution of strength in my thumbs, while the two last ones determine sciatica pains in my right leg, which is variable but aggravated by the position used to navigate the Internet for long hours. So it hurts more in the weekdays. There was anyway a family history of hernias.

The numbness of the thumbs, a disorder deriving from the compression of the spinal nerves in my neck, is aggravated by the use of portable devices from which to access the web, where the thumbs are the main fingers to be used, so that muscular fatigue is a secondary factor of stress. iPhones should carry some disclaimers about that.

On the other hand the information provided by the Internet and then stored in lightweight portable devices such as pen drives of external hard-disks save me from carrying heavy books around, therefore protecting my back. I can also shop online waiting for the goods to be delivered at my door. These were the main changes, registered so far.

The Internet also offers me with an instant and fast set of information about the pathologies that I know I suffer from and the new symptoms that arise suddenly, thus sustaining a mild form of hypochondria. It seems ironical that due to the easiness of this information, rather than thinking more of the world outside me, I tend to think more about myself and how I feel and what this could mean (not always, but quite frequently): I surf the website of some obscure osteopath in Nebraska to then come back at my petty little problems.

So I would say that at least Internet made me a more informed patient. But I am not sure if that knowledge is really valuable: the paediatrician of my daughters forbid me to check online about the illnesses they might be suffering, as my inclination to self-learning tends not to regard only myself but all my family and as the grim perspective that I tend to imagine can be very wrong. I wonder if the difficulty of getting information before the Internet was not somehow protecting us from a new diffused expertise as the one of Bouvard and Pecuchet.

Marina Abramovic, Anthony Aguirre, Alan Alda, Alun Anderson, Chris Anderson, Noga Arikha, Scott Atran, Mahzarin R. Banaji, Albert-László Barabási, Simon Baron-Cohen, Samuel Barondes, Thomas A. Bass, Yochai Benkler, Jesse Bering, Jamshed Bharucha, Nick Bilton, Sue Blackmore, Paul Bloom, Giulio Boccaletti, Stefano Boeri, Lera Boroditsky, Nick Bostrom, Stewart Brand, John Brockman, Rodney Brooks, David M. Buss, Jason Calacanis, William Calvin, Philip Campbell, Nicholas Carr, Sean Carroll, Leo Chalupa, Nicholas Christakis, George Church, Andy Clark, June Cohen, Tony Conrad, Douglas Coupland, James Croak, M. Csikszentmihalyi, Fiery Cushman, David Dalrymple, Richard Dawkins, Aubrey De Grey, Stanislas Dehaene, Daniel Dennett, Emanuel Derman, Keith Devlin, Peter Diamandis, Chris DiBona, Eric Drexler, Jesse Dylan, Esther Dyson, George Dyson, David Eagleman, Olafar Eliasson, Brian Eno, Juan Enriquez, Daniel Everett, Paul Ewald, Hu Fang, Christine Finn, Eric Fischl, Helen Fisher, W. Tecumseh Fitch, Richard Foreman, Fabrizio Gallanti, Howard Gardner, David Gelernter, Neil Gershenfeld, Ralph Gibson, Gerd Gigerenzer, Ian & Joel Gold, Nigel Goldenfeld, Alison Gopnik, April Gornik, Joshua Greene, Haim Harari, Judith Rich Harris, Sam Harris, Daniel Haun, Marc Hauser, Marti Hearst, Virginia Heffernan, W. Daniel Hillis, Donald Hoffman, Bruce Hood, Nick Isaac, Xeni Jardin, Paul Kedrosky, Kevin Kelly, Jon Kleinberg, Brian Knutson, Terence Koh, Stephen Kosslyn, Kai Krause, Andrian Kreye, Jaron Lanier, Joseph LeDoux, Andrew Lih, Seth Lloyd, Gary Marcus, Lynn Margulis, John Markoff, Marissa Mayer, Tom McCarthy, Jonas Mekas, Thomas Metzinger, Geoffrey Miller, Dave Morin, Evgevny Morozov, David Myers, Monica Narula, Tor Nørretranders, Hans Ulrich Obrist, James O’Donnell, Tim O’Reilly, Gloria Origgi, Neri Oxman, Mark Pagel, Gregory Paul, Irene Pepperberg, Clifford Pickover, Stuart Pimm, Steven Pinker, Ernst Pöppel, Emily Pronin, Robert Provine, Steve Quartz, Lisa Randall, Martin Rees, Ed Regis, Howard Rheingold, Matt Ridley, Matthew Ritchie, Rudy Rucker, Douglas Rushkoff, Karl Sabbagh, Paul Saffo, Scott D. Sampson, Larry Sanger, Robert Sapolsky, Roger Schank, Peter Schwartz, Charles Seife, Terrence Sejnowski, Robert Shapiro, Michael Shermer, Clay Shirky, Barry Smith, Laurence Smith, Lee Smolin, Galia Solomonoff, Linda Stone, Seirian Sumner, Tom Standage, Victoria Stodden, Nassim Taleb, Timothy Taylor, Max Tegmark, Frank Tipler, Fred Tomaselli, John Tooby, Arnold Trehub, Sherry Turkle, Eric Weinstein, Ai Weiwei, Frank Wilczek, Ian Wilmut, Eva Wisten, Richard Saul Wurman, Anton Zeilinger.

Rilanciare l’edilizia

Ср., 03/02/2010 - 11:00

In collaborazione con MADE EXPO

a cura di Lucia Tozzi

Giunta alla terza edizione, ben lungi da poter essere considerata una fiera tradizionale, MADE EXPO – in programma dal 3 al 6 febbraio presso la Fiera Milano Rho – ha completato il ricco calendario di eventi e di manifestazioni collaterali che ne fanno occasione di confronto unico e straordinario per progettisti e imprese. La manifestazione, che si rivolge al mondo delle costruzioni a 360°, è organizzata in una sequenza di saloni specialistici: cosa che rende possibile la visita sia come ricognizione specifica e settoriale sia come percorso trasversale che, attraverso i saloni specifici, permette di conoscere il panorama globale della situazione presente e delle sue proiezioni. Rispetto alle consuete manifestazioni fieristiche, il plus di MADE expo è stato – e sarà – il valore culturale, che si tradurrà nella raccolta di pensieri e di idee che gravitano attorno al mondo delle costruzioni e, al contempo, nella proposta di nuove opportunità di mercato. Numerose le iniziative che connoteranno l’edizione 2010. Il Forum della Tecnica delle Costruzioni sarà un’ampia sezione composta da una parte espositiva – trasversale a tutti i materiali – integrata da incontri specifici quotidiani che svilupperanno tematiche legate all’aspetto tecnico del costruire, con particolare attenzione all’ingegneria strutturale: dall’antisisma all’antincendio, fino al concetto di sfida strutturale. Completando il tutto con una libreria tematica a disposizione dei progettisti.

Instant House Competition - PRIMO PREMIO Marco Gazzola + Elisa Fortuna + Elena Panza / IUAV, “La barriera continua”

Grande risalto verrà dato al mondo della formazione: l’area tematica della Borsa progetti metterà in contatto il mondo delle università con quello delle imprese, assumendo così un ruolo prezioso più volte richiesto da entrambi i componenti, ma troppo spesso trascurato, e nello stesso tempo rispondendo così all’esigenza sentita da tempo dalle imprese di poter conoscere i progetti di ricerca. Ma soprattutto il Forum si dimostrerà occasione per trasformare, attraverso il dialogo, le recenti novità normative in possibilità di rilancio e valorizzazione del sistema edilizio. Civitas, il nuovo appuntamento di MADE expo organizzato da UNCSAAL – Unione dei Costruttori dei Serramenti in Alluminio –, metterà in scena una straordinaria città virtuale di 3000 mq dedicata all’involucro edilizio: al suo interno, attraverso quattro grandi possibili percorsi, tutti i player mondiali che lavorano nel settore evidenzieranno una serie di tematiche estremamente interessanti – legate all’energia, al silenzio, alla sicurezza e alla progettazione (verso l’alto) –, finalizzate a coniugare i prodotti innovativi con i temi dell’abitare collettivo, con concreti esempi di dettagli costruttivi. Un’ulteriore iniziativa nell’ambito di MADE expo focalizza l’attenzione sui borghi antichi e sui centri storici, di cui è possibile e auspicabile il recupero: sono più di 5000 i borghi sparsi nelle regioni italiane, una ricchezza ancora sottovalutata non solo dal punto di vista artistico – in essi vivono 22 milioni di persone – il cui recupero significa un’intrinseca trasmissione di cultura.

Instant House Competition - SECONDO PREMIO Chen Yun Ho / Politecnico di Milano, “La casa nella casa”

Nei giorni della manifestazione gli enti aderenti all’iniziativa Borghi e Centri Storici presenteranno una propria offerta territoriale ricca di progetti, non solo a dimostrazione della volontà di valorizzare un patrimonio a lungo trascurato, ma nell’intento di un rilancio la cui pratica risulterebbe fondamentale volano per l’economia. Il programma di convegni sarà, come sempre, estremamente nutrito, con iniziative che riguardano sia il tema del restauro sia quello della formazione, con la presentazione di master che si occupano di finanziamento pubblico e privato nei progetti imprenditoriali. Verranno presentati i risultati del concorso internazionale InstantHouse, promosso da FederlegnoArredo in collaborazione con la Regione Lombardia e il Politecnico di Milano, conclusosi il 25 novembre 2009: rivolto ai giovani progettisti, affronta il tema Temporary Housing_SOUNDSCAPES, ovvero l’ambiente e il paesaggio sonoro nelle città contemporanee, in relazione al costante inquinamento acustico. Un tema significativo anche in vista dell’Expo 2015, evento con cui MADE expo è fortemente legato per il suo porsi come laboratorio per il futuro. Tra i 201 progetti pervenuti – 72 dei quali provenienti dall’estero –, la giuria ha assegnato il primo premio al progetto di Marco Gazzola, Elisa Fortuna e Elena Panza dello IUAV: un progetto attento agli spazi aperti; una barriera continua – la cui scala dipende solo dal contesto infrastrutturale – per proteggere gli spazi individuali, realizzata con prodotti locali e naturali con caratteristiche di ecosostenibilità. Il secondo premio a Chen Jun Ho, laureato in Architettura presso il Politecnico di Milano, che propone una “casa nella casa”, sviluppo del concetto dell’involucro separato dallo spazio abitabile. E il terzo premio agli architetti portoghesi Gabriela Pinto – laureata alla Escola Superior Artística do Porto – e Diego Ramalho, laureato alla Universidade do Porto: uno spazio abitato protetto da un “recinto acustico”, che diventa anche spazio di mediazione della luce; da realizzarsi con un materiale a base di sughero, risposta interessante al tema dell’inquinamento acustico. E quattro menzioni speciali, a due studenti spagnoli, uno polacco e a due laureati in Ingegneria della Facoltà di Bologna.

Instant House COMPETITION - TERZO PREMIO Gabriela Pinto / Escola Superior Artística do Porto + Diego Ramalho / Universidade do Porto, “Il recinto acustico”

Il prototipo in scala reale del progetto vincitore sarà esposto a MADE expo, in una mostra che comprenderà le maquette dei premiati e una selezione dei materiali più innovativi con caratteristiche di fonoassorbenza. Nell’edizione 2010 si riproporrà Decor&Color Show, con le soluzioni più attuali in tema di pitture, smalti e finiture decorative. Ed Europolis, dedicato all’arredo urbano, al fitness, all’impiantistica sportiva, di cui presenterà un’articolata offerta, particolarmente indirizzata al tema della sostenibilità. Infine, ma non ultimo, MADE Sicura, spazio dedicato al tema delle sicurezza in cantiere, tema di particolare attualità, sviluppato attraverso la proposta delle più moderne tecnologie a salvaguardia degli operatori che vi lavorano.

La rivoluzione degli umidificatori

Ср., 03/02/2010 - 10:23

Perché non ripartire proprio da qui? Dai piccoli elementi di arredo che da anni popolano le nostre case sfoggiando, indisturbati, il solito, tristissimo design?
I primi umidificatori in coccio della storia non dovevano essere così male (la cura di un tempo, o la cura della forma che circonda ogni nuova invenzione), ma da anni, decine d’anni, questi oggetti, forse per la loro posizione poco significativa, non sono stati degnati di troppi sguardi nel mondo del design…

E dire che servono, e dire che non necessariamente passano inosservati…io, che sul termosifone ho una vecchia teiera anni 50, bellina ma forse non così efficiente nel processo di umidificazione, rimango piacevolmente sorpresa della nuova collezione prodotta da Il Coccio Design che chiama in causa designer come Giulio Iacchetti, Patricia Urquiola, o Denis Santachiara, per dare un nuovo volto a questo piccolo pezzo di casa…

E così, se l’umidificatore, nel migliore dei casi, aveva visto crescere sulle sue superfici tristissime decalcomanie fiorate, oggi prende allegramente la forma di una ciminiera stilizzata, di un vaso bianco con una specie di naso nero, di tanti, diversi, oggetti dalla forma insolita e discreta…Niente da fare, tra le cose belle si sta meglio, e anche le più piccole hanno il loro peso…

Paolo Ulian – Tra gioco e discarica

Ср., 03/02/2010 - 10:22

Gli oggetti di Ulian sono caratterizzati da una sorta di “discrezione” sia formale che funzionale. Attraverso gesti progettuali minimi e poco vistosi Paolo Ulian dimostra come attraverso l’ironia e la leggerezza possano efficacemente esprimere la sua personale visione del mondo. Le opere selezionate sono articolate in quattro gruppi: contestare lo spreco della discarica; minimizzare lo scarto; reinterpretare oggetti esistenti, il gioco del design. Le opere del primo gruppo possono essere considerate come esemplari unici realizzati da un artista-artigiano, mentre molte delle opere degli altri gruppi sono entrate in produzione. Il lavoro di Ulian può essere definito come un esempio elegante e originale di design relazionale. Nel progettare infatti il designer si concentra sulla relazione che si stabilisce fra l’oggetto e il corpo che lo utilizza e sulla modalità in cui le due entità entrano in contatto. Sono efficaci esempi di questa attitudine progettuale l’anello/spazzolino da dito Brush-Ring, o il biscotto da dito Finger Biscuit, il fiammifero Double Match, che si impugna al centro e che si può così accendere due volte, o Handle, l’etichetta da vino che diventa maniglia per trasportare la bottiglia semipiena dal ristorante a casa, e ancora il tappetino da bagno Mat-Walk, con pantofole incorporate, e la ciabattina balneare Print che lascia impresso il suo messaggio sulla sabbia.


Paolo Ulian nasce nel 1961. Si forma all’Accademia di Belle Arti di Carrara dove segue i corsi di pittura di Getulio Alviani e Luciano Fabro, quindi si iscrive all’Isia di Firenze dove si diploma in industrial design nel 1990. Lo stesso anno è a Milano per lavorare con Enzo Mari. Collabora con lui fino al 1992 per poi iniziare la propria attività insieme al fratello Giuseppe. Espone in numerose mostre in Italia e all’estero e vince alcuni premi internazionali come il Design for Europe Award il Design Report Award, il premio Dedalus, il Design Plus e l’IF Award . Ha collaborato con Driade, Bieffeplast, Fontana Arte, Luminara, Zani e Zani, BBB Bonacina, Sensi&C., Droog Design, Coop, Azzurra Ceramiche, Skitsch.

www.triennaledesignmuseum.it

Paolo Ulian -Tra gioco e discarica
27 gennaio-28 febbraio 2010
Triennale Design Museum
Cura e allestimento di Enzo Mari
Catalogo Electa
Le mostre del CreativeSet sono un progetto diretto da Silvana Annicchiarico

martedì-domenica 10.30-20.30
giovedì 10.30-23.00

Debating Sustainability

Ср., 03/02/2010 - 10:22

Alice Rawsthorne ha moderato un dibattito, a Davos, durante il World Economic Forum, dedicato alla progettazione sostenibile. Dal New York Times una serie di riflessioni su questo tema.

ONOFFICE

Вт., 02/02/2010 - 18:44

ONOFFICE è uno studio internazionale con sede a Porto, diretto da quattro partners: Joao Vieira Costa (Portugal), Leon Rost (Giappone/USA), Ricardo Guedes (Portogallo), Francesco Moncada (Italia) che si sono incontrati nello studio di Rem Koolhaas Office for Metropolitan Architecture e nello studio PLOT (BIG+JDS Architects). ONOFFICE lavora a tutte le scale, in ogni parte del globo e con ogni tipo di programma architettonico, applicando processi, strategie e teorie sempre aggiornate. ONOFFICE non ha scala. Vediamo l’architettura come una disciplina che spazia dal design, agli interventi urbani, alle tattiche globali. Il nostro approccio richiede sempre una robusta ricerca, una approfondita sperimentazione, una chiara comunicazione, in collaborazione con talenti internazionali multidisciplinari. All’incrocio dei cambiamenti economici, sociali e ambientali attuali, riteniamo la Grande Architettura come un obbligo morale e professionale. ONOFFICE è impegnato in vari progetti e collaborazioni internazionali, in Portogallo, Norvegia, Emirati Arabi, Perù, Brasile e Italia.

3=2+1 House, Siracusa, Italia, 2009. Tre livelli e due unità abitative
La casa è una ristrutturazione di un palazzetto di tre piani della fine dell’Ottocento situata in una delle strade piu’ antiche (750 a.C.) dell’isola di Ortigia, centro storico di Siracusa. Guardando al gusto eclettico di alcuni edifici ottocenteschi, ogni piano riflette una sua specificità nel trattamento delle superfici e nella scelta dei rivestimenti. La foresteria occupa il primo piano, mentre al secondo piano si trovano la zona giorno e la cucina, il terzo piano è occupato dalla zona notte e dal bagno. Team: Francesco Moncada.

Ristorante Aker Brygge, Oslo, Norvegia, 2009
Il ristorante si sviluppa su una gradonata ottimizzata per la vista, l’acustica, la privacy, la flessibilità e un miglior servizio. Situato nel vitale quartiere di Aker Brygge, il lungomare di Oslo, l’edificio agisce come “icon” per il molo da cui si può può apprezzare una vista unica della città che incontra il fiordo. Team: Joao Vieira Costa, Leon Rost, Tudor Vlasceanu. Team: Joao Vieira Costa, Leon Rost, Tudor Vlasceanu.

Turbine City, progetto
La Norvegia ha forse le condizioni migliori al mondo per utilizzare l’energia eolica offshore. La sua costa è la più lunga e più ventosa in Europa e in gran parte priva di turbine eoliche. L’industria petrolifera ha dato al paese una vasta esperienza in fondazioni offshore, così come un immenso capitale d’investimento. La Norvegia produce la metà dell’energia idroelettrica dell’Europa che é l’ideale partner dell’energia eolica. La Commissione UE si è impegnata che il 20% del suo consumo totale di energia provenga da fonti rinnovabili entro il 2020. La Norvegia ha la capacità di superare questo obiettivo e diventare un esportatore dell’UE di recente uno tra i beni maggiormente negoziabili, le energie rinnovabili. La Norvegia ha già iniziato la speculazione su una simile impresa, ma le centrali eoliche off-shore incontrano una forte resistenza, soprattutto a causa della disinformazione e scetticismo infondate. Ciò di cui la Norvegia ha bisogno per promuovere l’energia eolica è una wind-factory di punta per promuovere e celebrare i suoi nuovi investimenti. Team: Leon Rost, Joao Vieira Costa, Don Lawrence, Tudor Vlasceanu.

ONOFFICE
Largo Alexandre Sá Pinto 44 C3
4050-027 Porto, Portugal
Tel/Fax: +351 226 094 499
on@onoffice.no
www.onoffice.no

Summer Lighting Workshop

Вт., 02/02/2010 - 18:30

International Summer Lighting Workshop, organizzato da Erco illuminazione, azienda specialista nel software e nell’hardware illuminotecnico per l’illuminazione architettonica.
Il Workshop si terrà a Lüdenscheid, Germania, dal 17-21 Agosto 2010 in lingua inglese. Gli obiettivi del seminario sono mostrare attraverso delle lezioni di tecnologia dell’ illuminazione i fondamenti della percezione visiva e accrescere le competenze degli studenti “in Lighting Design” per sviluppare e affinare i criteri di progettazione.

Maggiori informazioni e contatti: Marc Hartings, e-mail: lichtseminar@erco.com more information: http://www.erco.com/seminars/seminar/lighting_se_3162/en/en_lighting_se_semina_1.php